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Alla fine il giorno della resa dei conti è arrivato. Sin da quando, ormai più o meno un anno e mezzo fa, venne sottoscritto il contratto di governo fra Lega e Movimento 5 Stelle, era noto il fatto che c’erano profonde divergenze di vedute su materie significative e che fra queste la più difficile da superare era quella riguardante il dossier Tav. Se Carroccio e Pentastellati fino ad ora erano riusciti, pur con qualche difficoltà, a trovare un compromesso su molte questioni, stavolta non è stato possibile mediare fra un sì alla prosecuzione dell’opera, anche alla luce dei miglioramenti sul fronte della ripartizione dei finanziamenti, ed un no rimasto netto, nonostante il tentativo di mediazione portato avanti fino alla fine dal Presidente del Consiglio Conte. Oggi in Senato si è verificata quindi una situazione inedita: il Governo si è spaccato e mentre il 5 Stelle hanno votato la propria mozione finalizzata a fermare l’opera, la Lega ha appoggiato le altre, favorevoli alla sua prosecuzione. Da questa giornata possiamo trarre alcune conclusioni. Innanzitutto sulla questione specifica. Dopo mesi di tentennamenti, con conseguenti ripercussioni anche dal punto di vista della credibilità del Paese, finalmente abbiamo un responso definitivo: la Tav si farà. Per il bene dell’Italia. Per gli impegni già presi, per le penalità che sarebbero scaturite da un dietrofront, per la necessità di avere più infrastrutture, per le ricadute economiche e occupazionali. L’Ugl da tempo si è dichiarata favorevole all’opera e siamo quindi lieti dell’esito della votazione. Questo per quanto riguarda l’infrastruttura in sé. Altro tema è quello politico. Come interpretare la divisione all’interno del Governo e il fatto che l’ok sia giunto tramite i voti della parte leghista della maggioranza e anche dai principali partiti di opposizione? I pentastellati hanno mantenuto la storica posizione di contrarietà, seppure in modo più simbolico che concreto attraverso l’escamotage di passare la palla al Parlamento e tentando di smarcare il Governo. La Lega, invece, si è dimostrata ancora una volta più vicina al sentire degli italiani, favorevoli in larga maggioranza alla prosecuzione dei lavori della Torino-Lione, votando sì alle mozioni pro-Tav, da quelle presentate dagli storici alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia, a quelle di +Europa e Pd, pur se acerrimi nemici del Carroccio. Più aperta al confronto, come già aveva dimostrato ieri al tavolo al Viminale con le parti sociali, dove è stato ripristinato quel dialogo inclusivo che da Monti in poi era stato interrotto. L’Esecutivo gialloblu, che in diverse occasioni aveva tenuto anche a fronte di duri scontri interni, stavolta sembra davvero traballare: la “botta” è stata particolarmente fragorosa e non si può escludere che si arrivi, dopo la resa dei conti odierna, alla crisi.

Celebrato nella città di Strabane, al confine fra le due Irlande, il 38esimo anniversario del National Hunger Strike

La questione nordirlandese, che ha insanguinato l’Isola di smeraldo per decenni, sembra ai nostri giorni qualcosa di antico, appartenente più al mondo della storia che a quello della politica. Eppure rappresenta ancora oggi un problema aperto, dato il fatto che la separazione fra l’Eire e l’Irlanda del Nord persiste e peraltro rischia di tornare alla ribalta con la prossima Brexit, che dovrebbe rendere di nuovo tangibili i confini fra il Regno Unito ed il resto d’Europa, Repubblica d’Irlanda compresa. Forse anche per questo è opportuno ricordare che in Irlanda il ricordo della lunga e tragica guerra civile e dello scontro con la Gran Bretagna è ancora molto sentito. La lotta per la sovranità nazionale e per l’indipendenza da Londra dei cattolici repubblicani nordirlandesi ha suscitato empatia in tutto il mondo e anche in Italia, compresa buona parte del nostro ambiente politico, assomigliando a quella del piccolo Davide contro il gigante Golia, rappresentato dalla Corona inglese. Per tutte queste ragioni vogliamo ricordare una commemorazione importante, quella tenutasi ieri, domenica 4 agosto, per la prima volta nella città di confine di Strabane, per ricordare, trentotto anni dopo, il secondo National Hunger Strike, lo sciopero nazionale della fame che si svolse dal marzo all’ottobre del 1981 per protestare contro la disumana pratica carceraria dell’amministrazione Thatcher nei confronti dei militanti repubblicani, ai quali, fra l’altro, non veniva neanche riconosciuto lo status di detenuti politici. Una vicenda particolarmente drammatica, una tappa importante nella lunga storia del conflitto nordirlandese, che è stata ricordata domenica scorsa in una cerimonia organizzata dal Sinn Fein alla quale hanno partecipato migliaia di persone. Il National Hunger Strike costò la vita a dieci persone, fra le quali non possiamo non ricordare Bobby Sands, il primo ad iniziare lo sciopero della fame, che morì il 5 maggio del 1981. Alla fine delle proteste il governo britannico fu costretto a rivedere parzialmente il proprio sistema carcerario e il digiuno influì anche sulle modalità d’azione politica degli indipendentisti repubblicani irlandesi. Ora, tornando ai nostri giorni, sarà importante verificare come saranno gestiti i confini dopo la Brexit, prevista entro il 31 ottobre, elemento fondamentale al fine di scongiurare nuovi motivi di tensione e per mantenere unite la Repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord.

Una lunga storia

L’isola, conquistata dagli inglesi a partire dalle prime incursioni nel XII secolo fino alla definitiva annessione nel 1800 con gli Acts of Union, riacquistò la sua indipendenza nel 1922. Ma solo le 26 contee del sud del Paese, a maggioranza cattolica, diventarono autonome, mentre le 6 contee del nord, in cui la presenza dei protestanti era più forte, restarono unite alla Gran Bretagna formando l’Irlanda del Nord. Da ciò uno stato di costante tensione, in particolare fino agli accordi del 1998. Da allora la situazione si è quasi completamente pacificata.

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Oggi ricorre il 39esimo anniversario dalla strage di Bologna, il più grave atto terroristico mai avvenuto in Italia, 85 vittime e oltre 200 feriti. La data del 2 agosto rimane impressa indelebilmente nella nostra storia nazionale, una ferita che non guarisce non solo a causa del numero altissimo di morti e feriti, ma anche perché, al netto delle diverse ipotesi, ricostruzioni e interpretazioni dei fatti, su una cosa tutta l’opinione pubblica italiana è d’accordo: la verità non è emersa e giustizia non è stata fatta. Dopo un lunghissimo e farraginoso iter giudiziario, macchiato dalla presenza di una serie di depistaggi, sin dall’inizio finalizzati ad attribuire la responsabilità della strage all’estrema destra attraverso ricostruzioni e testimonianze rivelatesi false, con condanne poi seguite da assoluzioni, la magistratura ha infine dichiarato colpevoli, in veste di esecutori materiali, alcuni ex terroristi “neri”, Fioravanti, Mambro e poi Ciavardini, che, però, continuano a proclamarsi innocenti. Neanche sul ruolo dei tre c’è unanimità di giudizio: se alcuni accettano le sentenze di colpevolezza, esiste d’altra parte un movimento d’opinione, tanto vasto quanto trasversale, che non crede in questa ricostruzione dei fatti. Anche perché continuano a mancare all’appello i mandanti, mai individuati, e il movente, del tutto fumoso. Eversione oppure un complotto per favorire qualcuno o coprire qualcosa? Questo non è dato sapere, almeno fino ad ora. Negli anni le ipotesi formulate sono state moltissime, diverse anche riguardanti una possibile dimensione internazionale, dalla pista atlantica, ossia il collegamento con Ustica, altra tragedia nella storia del nostro Paese avvenuta poco più di un mese prima, alla pista palestinese: un incidente nel corso di un trasporto di esplosivo nell’ambito del cosiddetto “lodo Moro”. Oggi il Presidente Mattarella ha ribadito la necessità di “eliminare le zone d’ombra che persistono sugli ideatori dell’attentato”, mentre il ministro della Giustizia Bonafede ha affermato che “Il tempo del silenzio è finito, ci stiamo muovendo finalmente tutti nella stessa direzione”. Parole, queste, pronunciate dai massimi vertici istituzionali, che rendono chiaramente l’idea del perché questa strage è ancora così viva nel nostro ricordo: non solo a causa della sua gravità, del numero altissimo di vittime, ma anche del fatto che, con tutta probabilità, nelle stesse istituzioni si nascondono quelle verità che dopo tanti anni non sono ancora emerse. La proposta di Fratelli d’Italia di creare una commissione bicamerale di inchiesta per far luce sulle operazioni di depistaggio sulla strage ha già ottenuto l’adesione di Lega, M5S e FI, conlasperanza che a distanza di tanti anni finalmente si possa comprendere, senza ombra di dubbio, cosa sia realmente accaduto il 2 agosto di tanti anni fa a Bologna.

Colmare il gap economico e sociale che separa il Mezzogiorno dal resto del Paese è questione annosa, eppure rappresenta l’unica possibile chiave di volta per innescare la ripresa. I dati recenti resi pubblici da Svimez non fanno altro che confermare qualcosa di già ampiamente noto. Non solo, lasciano intravedere la possibilità, particolarmente preoccupante, che il divario fra Sud e Centro-Nord possa aumentare. Bisogna intervenire al più presto. Risolvere, finalmente, la “questione meridionale” sarebbe un evento epocale, destinato a rappresentare un cambiamento radicale non solo per il Mezzogiorno, ma per tutto il Paese. Anche perché, l’attuale situazione di disagio e arretratezza contrasta in modo inaccettabile con le grandissime potenzialità del territorio. Cosa fare? Una fra le problematiche più evidenti è quella legata alla carenza di infrastrutture. L’insufficienza della rete infrastrutturale si traduce in minori opportunità economiche in ogni settore, dall’agricoltura, all’industria, al turismo, ma anche in una minore inclusione sociale. Occorrono investimenti sostanziosi, ma oltre allo stanziamento di risorse, si pensi a quanti fondi europei risultano inutilizzati, è prioritario agire sul fronte della gestione delle risorse stesse, semplificando, ma anche responsabilizzando i vari livelli di governo. Stesso discorso si potrebbe fare per i servizi pubblici offerti alla popolazione, ad esempio la sanità. Temi che inevitabilmente rimandano a questioni al centro del dibattito politico: la soluzione dovrebbe essere quella di garantire un giusto bilanciamento fra autonomia e solidarietà, al fine da un lato di responsabilizzare e dall’altro di assicurare il livello essenziale delle prestazioni offerte dal welfare, puntando, attraverso un uso più oculato delle risorse, a un complessivo innalzamento degli standard. Un obiettivo ambizioso, ma ormai improrogabile. Un altro elemento decisivo è quello riguardante le politiche fiscali. Occorrono misure ad hoc: oltre al potenziamento delle Zone franche urbane e delle Zone economiche speciali, bisognerebbe introdurre ulteriori misure nelle aree particolarmente svantaggiate, eventualmente limitate nel tempo. Sul fronte del lavoro, potenziare il bonus per le assunzioni a tempo indeterminato nelle regioni meridionali e gli incentivi fiscali e contributivi su accordi e premi di produttività. Quindi iniziare dalle infrastrutture e dalle politiche fiscali per attrarre investimenti e generare lavoro, per fermare la desertificazione industriale, per arrestare il triste fenomeno dell’emigrazione di molti giovani verso il Nord o verso l’estero. Senza dimenticare le altre grandi questioni: dalla tutela del territorio all’accesso al credito, dal contrasto all’economia sommersa all’abbandono scolastico. E poi la lotta senza quartiere alle mafie e alla criminalità organizzata.

Quella che avviene nei luoghi di lavoro del nostro Paese continua ad essere una vera e propria, inaccettabile, strage. Questo ci dice l’Inail con i suoi dati impietosi: nei primi sei mesi del 2019 gli infortuni mortali sono stati 482, il 2,8% in più rispetto a quelli del primo semestre del 2018. Come sempre, ricordiamo che si tratta di dati parziali, che contemplano solo i decessi avvenuti sul luogo di lavoro, escludendo quindi le malattie professionali e gli infortuni, anche gravissimi e causanti danni permanenti, ma dall’esito non mortale. Questo rapporto è giunto in concomitanza con la convocazione da parte del Sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon di un tavolo urgente al Ministero sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha visto partecipare ieri i rappresentanti datoriali e oggi quelli dei diretti interessati, ossia noi sindacalisti. Nel corso dell’incontro odierno abbiamo ribadito il punto di vista dell’Ugl. Quindi la necessità di rafforzare le attività di promozione della cultura della sicurezza, da un lato rendendo obbligatoria la formazione sulla materia in tutte le scuole secondarie di secondo grado e dall’altro mediante più stringenti doveri informativi e di addestramento dei dipendenti in capo ai datori di lavoro, specie nei settori a più alto rischio. Sul fronte della prevenzione e della repressione degli illeciti nei luoghi di lavoro, occorrono poi controlli diffusi e accurati e ciò è possibile soltanto potenziando ulteriormente la dotazione organica del personale ispettivo, con nuove assunzioni dopo quelle già avviate dal Governo con la legge 145/2018 e il decreto legge 4/2019. Oltre a ciò il personale ispettivo deve essere messo in condizione di operare in maniera efficace ed efficiente. In questo senso, va garantita la dotazione tecnica e informatica, l’equiparazione economica e normativa, l’allineamento giuridico degli atti prodotti, il pieno accesso alle banche dati dell’Inps. Resta interessante l’ipotesi di istituire una vera e propria Agenzia per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, con quindi piena capacità di svolgere un’azione omnicomprensiva e coordinata. Nel complesso è apprezzabile l’attenzione che il Governo sta ponendo sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro e ci auguriamo che l’impegno preso su questo fronte dal Sottosegretario, forse a causa del suo passato impegno da sindacalista e quindi particolarmente attento a questa importantissima tematica, porti a risultati concreti e tangibili in grado di fermare questo stillicidio costante di eventi luttuosi. Nei luoghi di lavoro si va per guadagnarsi da vivere e non certo per morire, come abbiamo voluto sintetizzare nella nostra campagna “lavorare per vivere”, che ha l’obiettivo di non far cadere l’attenzione su questo tema. È il momento di dare una svolta, non c’è più tempo da perdere.

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L’ambasciata Usa in Italia ha diffuso la notizia che il Consolato, attraverso suoi funzionari, ha deciso di fornire assistenza a Finnegan Lee Elder, che ieri ha confessato il delitto, e a Gabriel Natale-Hjorth, i due giovani arrestati e detenuti a Regina Coeli per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Ieri, giornata dedicata al lutto e al funerale del vicebrigadiere ucciso con 11 coltellate, la Cnn ha diffuso la notizia dell’arresto dei due studenti universitari e del loro crimine mostrando su sito e social la famosa foto di Elder bendato, scegliendo quindi di diffondere su scala mondiale il filone di polemica aperto in Italia e mirato a spostare l’attenzione da ciò che è immensamente e oggettivamente grave, la barbara uccisione di un rappresentante delle forze dell’ordine, su ciò che è discutibile e tutt’al più evitabile. Passando anche sopra il fatto che il Carabiniere, pur in abiti civili, si è qualificato mentre veniva accoltellato. La stessa emittente televisiva allnews statunitense ha anche raccolto la testimonianza di Ethan Elder, padre di Finnegan Lee, il quale ha detto che suo figlio è «una brava persona» e definendo come una «situazione precaria» l’indagine in corso a Roma. Cos’altro avrebbe potuto dire? Sempre in Italia è stata raccolta e diffusa l’opinione di Amanda Knox, accusata per anni insieme al suo fidanzato itraliano di allora e poi scagionata dell’omicidio di Meredith Kercher, su Twitter: «Dovrebbe essere trattato di fronte ad una corte, non di fronte al tribunale dell’opinione pubblica». I miei più vivi ringraziamenti per tale opinione. Ma qual è il punto? Il punto è che in Italia marciamo divisi o, almeno, è questa la prima impressione che riusciamo quasi sempre a dare, mentre gli americani restano agli occhi del mondo quell’armata gigantesca, pronta a muoversi compatta, per difendere anche uno solo di loro rimasto a terra, fosse anche il più indegno. Sebbene i fatti non stiano esattamente così, visto che altre fonti italiane, agenzie di stampa e quotidiani, hanno riportato i commenti dei cittadini statunitensi sul post della Cnn in molti casi né solidali né scandalizzati per la benda sugli occhi dell’assassino, anzi tutto il contrario, c’è una lezione da imparare. Solo gli italiani, forse gli unici al mondo, non sanno difendersi – caso Marò docet, per dirne uno – e fare quadrato: è questo il principale danno inferto all’Italia e alle sue, nostre, istituzioni, persino quando dimostrano di essere presenti e di sapersi sacrificare. Sovranisti si nasce, ma lo si può diventare e senza essere obbligati a difendere chi non lo merita.

L’immagine che rappresenta la giustizia, che vediamo riprodotta in tante forme, basti pensare alle statue che adornano le facciate dei tribunali, è bendata. Impossibilitata a vedere e quindi a farsi condizionare dalle sembianze di chi deve giudicare, per garantire imparzialità, equità e rigore. Tutto questo per dire che sempre, e specialmente ora nel caso tragico della morte di Mario Rega Cerciello, Carabiniere ucciso in servizio a Roma lo scorso venerdì, ci aspettiamo una “giustizia giusta”. Attorno a quanto avvenuto, come accade spesso, si è scatenata una diatriba animata in alcuni casi più dalla faziosità che dalla voglia di appurare la verità e poi punire, di conseguenza, le persone riconosciute colpevoli. Pretendiamo, invece, che sia fatta piena luce sulle circostanze e che i responsabili dell’omicidio, identificati al momento in due studenti americani in visita nella Capitale, siano puniti adeguatamente. Come abbiamo detto anche in altre e differenti occasioni, giudicando ancor più grave un reato se commesso da chi è ospite nel nostro Paese: sia che si tratti di un turista proveniente dal ricco Ovest, che di un clandestino del Sud del mondo, nulla cambia. Ci auguriamo, quindi, che non ci sia nessuna indulgenza basata su una qualche forma di sudditanza nei confronti dell’alleato d’Oltreoceano. A proposito di bende, l’aver bendato uno dei due sospettati nel corso di un interrogatorio è senz’altro una pratica da condannare e bene ha fatto l’Arma a provvedere immediatamente a sanzionare il comportamento di chi ha attuato una simile condotta illecita, anche qui si indaghi, si verifichino i fatti e si proceda con conseguenti punizioni. Rimanendo, però, consapevoli dell’imparagonabilità delle due vicende: da un lato un efferato omicidio, undici coltellate contro un rappresentante delle Forze dell’Ordine, dall’altro una pratica esecrabile, ma non certo assimilabile a casi odiosi di accanimento sui prigionieri, si pensi alle vicende Aldovrandi o Cucchi. Insomma sarebbe necessario che tutti – in primis, naturalmente, inquirenti e giudici, ma anche politici, commentatori e più in generale la cosiddetta opinione pubblica – nel confrontarsi con un caso di cronaca così grave riuscissero a mantenere la “barra dritta” valutando i fatti in modo obiettivo, nell’interesse generale. Compreso anche un altro episodio collaterale a questo triste avvenimento, ovvero quello dell’insegnante (e giornalista) che in occasione della tragedia ha reagito insultando la vittima sui social e che ora si auspica che risponda pienamente della propria condotta deplorevole, aggravata non solo dall’avere responsabilità educative, ma anche dall’essere un dipendente pubblico e quindi rappresentante di quello stesso Stato che ha dimostrato di disonorare con il proprio comportamento. Giustizia, non abbiamo bisogno che di questo. 

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Ieri è stato approvato dalla Camera il Decreto Sicurezza bis, con il sì del centrodestra, compatto, e del M5S, seppure con qualche defezione e l’uscita dall’aula del Presidente Fico. Ora, per diventare definitivamente legge, si attende l’ok anche del Senato. L’auspicio è che si giunga alla conclusione dell’iter entro i primi di agosto. La norma contiene delle novità, sintetizzate in diciotto articoli.L’obiettivo è quello di arrivare a regole più stringenti, completando il primo Decreto Sicurezza, per contrastare in modo più efficace l’immigrazione clandestina e anche disciplinare meglio alcuni aspetti della sicurezza nazionale. Per quanto riguarda l’emergenza migranti, il Ministro dell’Interno avrà la competenza di limitare o vietare, per motivi di sicurezza e ordine pubblico, il transito e la sosta delle navi sospette nelle acque territoriali italiane. Le pene per chi dovesse infrangere il divieto di ingresso saranno più consistenti: da un minimo di 150mila euro fino al milione di euro, con confisca immediata delle imbarcazioni delle Ong. Poi sarà estesa anche alle procure distrettuali la possibilità di indagare tramite intercettazioni e operazioni sotto copertura. Ci sono stanziamenti per il potenziamento delle operazioni di polizia, anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per l’assunzione di personale incaricato di eliminare l’arretrato relativo all’esecuzione delle sentenze penali di condanna definitive, un fondo per finanziare interventi di cooperazione finalizzati ai rimpatri, disposizioni più stringenti per prevenire e sanzionare episodi di violenza nel corso di manifestazioni politiche ed eventi sportivi ed altre misure, tutte improntate all’ottenimento di una maggiore sicurezza pubblica. Sappiamo quanto bisogno c’è di garantire maggiore sicurezza, sul versante dell’immigrazione clandestina e non solo, di aumentare i rimpatri degli irregolari presenti sul nostro territorio e di dare un migliore sostegno al duro lavoro delle Forze dell’Ordine. Questo è un altro passo nella giusta direzione. Attendendo ormai solo l’approvazione finale al Senato, ci auguriamo che la nuova legge contribuisca a migliorare la situazione. Non bisogna mollare la presa e i drammatici fatti di Roma lo dimostrano. In tema di sicurezza, infatti, oggi non si può non pensare a quanto accaduto poche ore fa nella Capitale, dove un Carabiniere 35enne, Mario Rega Cerciello, appena sposato, è stato ucciso durante un intervento per impedire un ricatto seguito ad un furto, nel centralissimo quartiere Prati di Roma. Ora si cercano i responsabili, a quanto si apprende due malviventi nordafricani. Un episodio terribile, per il quale l’Ugl esprime tutta la propria solidarietà ai congiunti del giovane e all’Arma e per il quale chiediamo giustizia rapida e certa.

Johnson è il nuovo inquilino di Downing Street e così un altro “outsider” entra nelle stanze dei bottoni

Alla lista, che si fa sempre più lunga, di Stati governati da figure politiche nuove e difficilmente catalogabili negli schemi consueti, da ieri dobbiamo aggiungere anche la Vecchia Inghilterra. Come ormai sappiamo, il nuovo bipolarismo nel mondo occidentale è quello fra membri dell’establishment e populisti. Se, per la sua dialettica aggressiva e lo stile anticonformista, Boris Johnson può con certezza essere considerato un outsider, in molti si chiedono se la definizione di populista, qualunque cosa ciò voglia dire, possa adattarsi anche al biondissimo ex sindaco di Londra e neo premier britannico. Se ci si fermasse all’estrazione sociale, il termine sembrerebbe poco adatto a Johnson, appartenente all’alta borghesia britannica, ma del resto anche il presidente americano Donald Trump, capofila del nuovo corso politico e conclamato populista, non è certo noto per le sue origini operaie. A quanto pare, quindi, non è questo il punto. Poco importa alla cittadinanza delle origini di un politico o di simili questioni di gossip. Quello che conta sono le ricette, il riuscire o meno a suscitare la speranza di un miglioramento delle concrete condizioni di vita delle persone. Eppure, osservando le proposte dei vari populisti, o anche outsider che dir si voglia, notiamo grandi differenze ideologiche. Se il discrimine fosse l’attenzione al sociale e alla ridistribuzione della ricchezza, ad esempio, dovremmo osservare che Boris Johnson è fondamentalmente un liberista e non certo un esponente di quella che in Italia definiremmo “destra sociale”. Vuole un’immigrazione controllata, qualificata, forse è sovranista, ma nel senso di rendere più libero il Regno Unito di agire sui mercati mondiali. Sul fronte dell’etica, esistono populisti tradizionalisti che si richiamano ai valori cristiani e ce ne sono altri del tutto modernisti e libertari, come Boris. A questo punto la domanda sorge spontanea. Qual è, se esiste, il minimo comune denominatore di questa nuova ondata di politici che sta dilagando, spazzando via apparati che sembravano inossidabili? Forse invece che osservare loro, dovremmo analizzare meglio i loro avversari. Quelli sì, che sono tutti uguali, i boy scout della globalizzazione in salsa dem, da Obama a Macron, passando per Renzi, fino ad arrivare a Sanchez. Con le loro camicie bianche, il politically correct e soprattutto l’ossequio per un ordine costituito che in Europa come in America non ha dato buoni frutti e che, in un modo o nell’altro, andava messo all’angolo, possibilmente da outsider dai modi spicci.

Arriva la Brexit?

Salvo sorprese dell’ultima ora a questo punto la Gran Bretagna dovrebbe procedere all’uscita dall’Ue, di cui Johnson è stato uno dei maggiori sostenitori. Il nuovo premier ha assicurato che entro il prossimo 31 ottobre sarà realizzata la Brexit, possibilmente tramite un nuovo accordo con Bruxelles o, se ciò non fosse possibile, anche senza, con uno scenario no-deal. Sembrerebbe tramontata la possibilità di un secondo referendum, anche se ancora alcuni lo richiedono, mentre gli indipendentisti scozzesi ipotizzano una nuova consultazione popolare per la secessione.

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Il caso drammatico di Bibbiano continua a scuotere l’opinione pubblica e ad infiammare il dibattito politico. Fermo restando il bisogno di far piena luce su una vicenda inquietante come poche, punire senza sconti chi risulti colpevole di reati così aberranti, impedire in ogni modo che situazioni simili si ripetano e fare del tutto per rimediare, per quanto possibile, al male fatto ai minori e alle loro famiglie, questo gravissimo evento offre lo spunto anche per alcune considerazioni più generali. La prima, non da poco, riguarda il ruolo dei media. Diciamolo a chiare lettere, inizialmente all’inchiesta è non è stato dato uno spazio proporzionale alla sua importanza o per meglio dire a quella che in gergo si chiama “notiziabilità”. Eppure il caso rispondeva a tutte le caratteristiche elencate nei manuali di giornalismo: attualità dei fatti, l’essere avvenuto in un luogo vicino, il coinvolgimento di molte persone, la drammaticità, l’interesse umano, la presenza di individui investiti di cariche pubbliche. In seguito, grazie al montare dell’indignazione popolare espressa essenzialmente sui social, con l’aiuto di qualche testata fuori dal coro, anche i professionisti dell’informazione più riottosi sono stati “costretti” a occuparsene. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul ruolo della rete, che, pur con l’inevitabile presenza di haters e facinorosi, stavolta e non solo questa volta ha svolto un ruolo meritorio, impedendo che fatti così gravi potessero non ricevere l’attenzione che meritavano. L’ennesima dimostrazione di quanto il “famigerato” web sia uno degli elementi chiave nel cambiamento in corso. Internet, infatti, si è rivelato uno strumento utile alla circolazione delle idee in un sistema che si era fatto impermeabile, autoreferenziale e spesso fazioso come quello dei media tradizionali. La seconda riflessione concerne la politica. A chi ancora si chiede perché un’alleanza improbabile come quella di governo riesca a stare in piedi, nonostante profonde differenze, dalla Tav alle autonomie, dal salario minimo alla politica estera e così via, si potrebbe rispondere con una sola parola: Bibbiano. Basta osservare il posizionamento dei principali partiti sulla vicenda, con da un lato i “minimizzatori” e dall’altro la strana – e litigiosa – coppia Salvini-Di Maio a chiedere con forza verità e giustizia su fatti tanto gravi (con anche, è giusto sottolinearlo, la formazione di Giorgia Meloni, non a caso in crescita). Alla base dell’attuale e peculiare situazione politica c’è una richiesta fortissima che proviene da una grande parte della popolazione a cui solo lo strano duo gialloblu sta dando ascolto: quella di cambiare un vecchio sistema giudicato – nella migliore delle ipotesi – non più in grado di riconoscere quali siano le priorità per la maggioranza degli italiani e fare il possibile per garantirle.